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Esistono catastrofi globali ma le risposte devono arrivare da altrove

di Karl-Ludwig Schibel

Il vertice di Durban, la 17° “Conference of Parties” (COP), è finito con un compromesso che – in vista delle dimensioni del problema – equivale a un fallimento. Le spinte alla politica del clima verranno nei prossimi anni dalle attività locali e nazionali con un ruolo importante di coordinamento ed incentivazione dell’Unione europea e verranno purtroppo dagli eventi meteorologici estremi e dai loro impatti sull’economia e sulle vite umane. Opportunità e catastrofi saranno le forze propulsive al posto di una politica climatica guidata da risultati scientifici e discorsi razionali.
Il protocollo di Kyoto, questi i risultati più importanti di Durban, di cui la prima fase termina nel 2012, rimane in vigore, però senza Canada, Russia, Giappone e Nuova Zelanda. Forse fino al 2017, forse fino al 2020. Si vedrà. Il gruppo dei paesi che prenderanno anche dopo il 2012 impegni vincolanti per la riduzione di gas serra saranno l’Unione Europea, la Svizzera e la Norvegia, cioè il 15% delle emissioni globali, il resto del mondo fa come ritiene meglio. Un nuovo accordo comprensivo di cui dovrebbero far parte anche gli Stati Uniti, l’India e la Cina è previsto per il 2020. Il nuovo trattato prenderà forse la forma di un accordo, forse di uno “strumento giuridico” o di una “soluzione concertata”, il che non sono sottigliezze linguistiche ma profonde differenze tra un documento vincolante - i primi due – o uno del tutto impotente e insignificante. L’IPCC, il gruppo di migliaia di studiosi che negli ultimi due decenni hanno fornito la base scientifica per la politica climatica viene dequalificato. Per le decisioni future i risultati dell’Intergovernmental Panel on Climate Change non saranno più, appunto, la “base”, ma il processo sarà “informato” dal lavoro e dai risultati di questo eminente gruppo di studiosi.
Il risultato era prevedibile e fanno male anche le associazioni ambientaliste di nutrire prima di ogni conferenza mondiale speranze come se da questo processo internazionale dovesse venire la salvezza. Dopo il 14° vertice delle Nazioni Unite nel 2008 a Poznan in Polonia si diceva che pur non avendo raggiunto un nuovo accordo post-2012, comunque erano state poste le basi per metterlo nero su bianco l’anno successivo a Copenaghen. E infatti il Comune di Copenaghen, il governo danese e anche la Commissione europea alimentavano le speranze con un’immensa campagna di pubblicità e relazioni pubbliche fuori ogni misura che a “Hopenhagen”, la città della speranza, si sarebbe svolto il miracolo mondiale di un nuovo trattato sul clima. Il mini-accordo non vincolante che alla fine è stato il risultato della 15° Conferenza delle Parti della Convenzione sul clima a Copenaghen era di fatto un passo indietro. L’anno scorso di Cancun si parlava più che altro in termini delle qualità turistiche del luogo. Visto i miseri risultati di Durban sarà tutto da vedere come la carovana dei circa 10.000 globetrotter delle trattative climatiche cercheranno di vendere la prossima conferenza in Qatar, cuore del mondo petrolifero.
Le risposte ai cambiamenti climatici devono arrivare da altrove. La speranza di risolvere il problema epocale dall’alto con delle conferenze organizzate dalle Nazioni Unite, una speranza che ha trovato una sua prima materializzazione con la Convenzione quadro sul clima nel 1992 a Rio, oggi è definitivamente tramontata. Probabilmente era un’illusione fin dall’inizio. Il che non significa che non sia utile, anzi di grande importanza, lavorare per un nuovo accordo internazionale nei prossimi anni, ma l’accordo e la forma che prenderà saranno il risultato di processi che si svolgono nei vari paesi a livello nazionale e più ancora a livello locale.
Il processo internazionale riflette più che altro le dinamiche politiche ed economiche all’interno degli stati nazionali, gli spazi di manovra dei politici che partecipano ai highlevel talks, alle trattative di alto livello delle conferenze sul clima si definiscono dalla costellazione politica nel proprio paese, dalla stabilità economica e dalle aspettative della popolazione per un benessere futuro. Il discorso deludente di Obama due anni fa a Copenaghen, quando ancora si concentravano molte speranze su questo nuovo presidente progressista, non si doveva alla sua insensibilità verso il problema dei cambiamenti climatici ma al fatto che non avrebbe ottenuto al tempo e ancora di meno oggi in nessun modo una maggioranza nel senato e nella camera per un trattato internazionale vincolante sul clima. La disponibilità nei paesi emergenti inoltre di firmare un accordo che mette in discussione i loro ambiziosi obiettivi di sviluppo economico a favore della protezione del clima nella situazione attuale va verso zero. A Durban sono stati la Cina e l’India a rifiutarsi categoricamente a qualsiasi accordo internazionale. Il problema l’avete creato voi, esultava con rabbia il ministro indiano all’ambiente, Natarajan, non ci piegheremo alle “minacce dell’Unione europea”, si tratta di una questione di giustizia climatica. E il suo collega Xie con altrettanta veemenza insisteva che la Cina è un paese in via di sviluppo e deve quindi far crescere la propria economia.
Un’adesione dell’India e della Cina a un trattato internazionale sarebbe pensabile solo se vedesse dei risultati quantificabili di riduzione dei gas serra nei vecchi paesi industriali e una concreta disponibilità di un trasferimento massiccio di tecnologie e fondi monetari per rendergli possibile uno sviluppo economico verso un benessere low carbon. Risiede lì la prospettiva più promettente di combattere i cambiamenti climatici, l’Europa deve continuare a spingere per un accordo internazionale, deve continuare il pressing sulla Cina, l’India e gli Stati Uniti, ma deve soprattutto dimostrare a grande scala che benessere, prosperità e innovazione possono andare insieme con una forte regressione del volume di emissioni dei gas serra.
L’uscita dall’epoca fossile non può scaturire dalle conferenze internazionali. Un trattato che impone degli obblighi ha poche chance in un momento dove è convinzione comune che qualsiasi ulteriore impegno mette a rischio l’uscita dalle crisi finanziarie ed economiche in atto. Per la politica i cambiamenti climatici e più in generale la questione ecologica sono slittati ai margini della loro percezione. Ma come si presenterebbe la questione se non si trattasse di nuovi obblighi da subire ma di nuove opportunità da cogliere? È questa l’idea della svolta energetica che la Germania ha deciso nell’estate del 2011: abbandonare il carbone che distrugge il clima, uscire dal nucleare che non permette un errori, rinunciare alle materie prime, che finiranno tra pochi decenni, a favore di fonti energetiche che dureranno per tutti i tempi poiché sono rinnovabili. Funzionerà? Se la Germania fallisce con la sua svolta energetica avrà un problema serio come paese industrializzato leader. Se dovesse riuscire gli accordi internazionali forse non saranno più tanto importanti.
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