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Presentazione COICA

La salvaguardia delle foreste pluviali rappresenta una sfida centrale per la protezionelogo_coica globale del clima. Chi meglio potrebbe fermare questo processo se non coloro che sono colpiti in prima persona? Nel bacino Amazzonico sono nate numerose organizzazioni indiane che hanno come impegno prioritario la salvaguardia del loro modo di vivere e la protezione delle foreste pluviali. Il coordinamento di queste varie organizzazioni è la COICA (Coordinatora de las Organizaciones Indìgenas de la Cuenca Amazònica).

 

Gli obiettivi della COICA
Nel 1984 si sono incontrati a Lima i rappresentanti di cinque organizzazioni nazionali degli indiani amazzonici del Peru, Brasile, Ecuador, Bolivia e Colombia per discutere della situazione dei diritti umani dei popoli indiani e dei gravi problemi derivanti dalla consegna dai vari governi dei territori indigeni alle imprese agro-industriali, ai commercianti di legnami, alle ditte petrolifere e minerarie.
La decisione fu di sostenersi reciprocamente nella lotta per la ricognizione dei diritti fondiari indiani e per la sopravvivenza della propria cultura. Fu creata la COICA. Quest’incontro era stato preceduto da un lungo processo di organizzazione delle comunità indigene a livello nazionale.
La COICA rappresenta quindi un passo importante nel processo dell’auto-organizzazione dei popoli amazzonici. Il suo campo d’azione si manifesta innanzi tutto a livello internazionale. La COICA si considera il centro di coordinamento internazionale per le sue organizzazioni membri.
Nella sua assemblea costitutiva la COICA ha fissato i seguenti obiettivi, che sono rimasti gli stessi anche se qualche priorità è cambiata:

  • L’obiettivo più alto per la COICA è la costruzione di una rete di informazione e scambio d’esperienza tra i popoli indiani e le organizzazioni membri della COICA.
  • Politicamente il lavoro della COICA mira alla difesa dei diritti territoriali indiani, l’auto-determinazione dei popoli indigeni e l’osservanza dei diritti umani.
  • Una funzione essenziale della COICA è il coordinamento della voce indigena verso le organizzazioni intergovernative e non-governative attive nel bacino amazzonico. La collaborazione dei popoli indiani amazzonici è un altro obiettivo della COICA.
  • La COICA si attiva per la valorizzazione e la ricognizione della cultura indiana.

La questione dei diritti alla terra e del riconoscimento dei territori demarcati e autogestiti è il tema centrale della politica dei popoli indigeni nell’Amazzonia, come anche in tutto il mondo. Su questo si deciderà il loro futuro oltre che degli ecosistemi delle foreste pluviali. Il concetto del “territorio” degli indigeni non implica tanto il possesso della terra come tale, ma comprende più che altro la loro unità economica, sociale, ecologica e culturale. Il riconoscimento legale dei propri territori è però anche la condizione fondamentale per accertare uno sviluppo autodeterminato. Solo in tal modo possono continuare a praticare le loro forme secolari di gestione delle foreste pluviali come uso sostenibile degli ecosistemi esistenti.

La lotta per la salvaguardia delle foreste pluviali ancora intatte è quindi legata strettamente con la questione dei diritti per i territori. Entrambi hanno direttamente a che vedere con la questione climatica e la minaccia alla biodiversità che sono punti centrali degli sforzi nazionali ed internazionali della COICA e delle sue organizzazioni associate.

Per realizzare questi obiettivi, che cosa fa la COICA?
Per realizzare questi obiettivi la COICA è attiva in vari ambiti. Elabora una politica comune per promuovere la demarcazione e legalizzazione dei territori indigeni. Cerca di inserire i loro diritti alla terra nelle costituzioni dei vari paesi. Chiede in particolare la ratifica della convenzione ILO 169 da parte degli stati che non l’hanno ancora fatto.
Insieme si cerca una strategia contro i danni causati dall’estrazione petrolifera e mineraria nel bacino Amazzonico. Per arginare la deforestazione progressiva la COICA insiste sul proprio coinvolgimento nella politica internazionale delle foreste. Chiede l’osservanza delle convenzioni per la protezione dell’ambiente, in particolare della convenzione per la protezione della biodiversità decisa nel 1992 alla conferenza mondiale per l’ambiente e lo sviluppo di RIO. Sono attive collaborazioni con The World Conservation Union (IUCN) e World Wildlife Fund (WWF).
La COICA cerca di definire strategie economiche che rendono possibile uno sviluppo sostenibile e autonomo. In quest’ambito si cerca la collaborazione con le agenzie e le banche internazionali di sviluppo. Esistono rapporti di collaborazione tra l’altro con la Banca Mondiale, la Banca Interamericana di Sviluppo e con l’organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura delle Nazioni Unite (FAO).
Per assicurare la sopravvivenza delle culture indigene, la COICA si impegna per l’insegnamento delle lingue indigene e promuove la creazione di un’università indigena nell’Amazzonia. Lotta per la protezione della proprietà intellettuale indigena. È riuscita nel 1999 per la prima volta ad ottenere l’annullamento di un brevetto, che era stato concesso negli Stati Uniti per una pianta cerimoniale tradizionale indiana.

La struttura organizzativa della COICA
Nel suo IV Congresso, tenutosi nel novembre 1992 a Manaos/Brasile, la COICA ha definito la sua struttura organizzativa. Accanto al coordinatore generale sono stati nominati coordinatori per i singoli campi di attività. Si tratta di:

  • Difesa dei diritti territoriali
  • Ambiente e risorse naturali
  • Economia e sviluppo autonomo
  • Diritti umani e diritti indiani

Al V congresso della COICA nel maggio 1997 a Georgetown (Guyana) sono stati aggiunti il coordinamento per cultura, educazione e scienza e un vice-coordinamento. Il consiglio direttivo della COICA viene eletto nel Congresso per 4 anni ed è costituito dal coordinatore generale, dal vice coordinatore e dai cinque coordinatori per i vari ambiti. Il consiglio di coordinamento è costituito dai presidenti delle organizzazioni nazionali e dal loro vice. Il Congresso è l’organo più alto della COICA. Partecipano 10 rappresentanti da ogni organizzazione membro, si radunano ogni 4 anni per eleggere i coordinatori e discutere gli obiettivi politici.

Le organizzazioni membri della COICA
Dal IV Congresso in poi alla COICA appartengono le organizzazioni nazionali di tutti i nove paesi Amazzonici:

  • Associazione dei popoli amerindiani della Guyana (APA)
  • Organizzazione dei popoli indiani del Surinam (OIS)
  • Federazione delle organizzazioni amerindiane della Guyana Francese (FOAG)
  • Consiglio nazionale degli indiani del Venezuela (CONIVE)
  • Coordinamento delle organizzazioni indiane del territorio amazzonico brasiliano (COIAB)
  • Associazione interetnica per lo sviluppo delle foreste peruviane (AIDESEP)
  • Confederazione delle nazioni indiane del territorio amazzonico colombiano (OPIAC)
  • Confederazione dei popoli indigeni della Bolivia (CIDOP)

Le alleanze internazionali della COICA
Oltre alla collaborazione con le organizzazioni indigene nazionali per la salvaguardia delle foreste pluviali dell’Amazzonia, la COICA collabora con varie alleanze a livello internazionale.
Insieme all’Amazon Alliance, un’alleanza delle ONG americane attive nell’Amazzonia, la COICA coordina la grande varietà d’attività che si svolgono intorno ai popoli indigeni e alle foreste pluviali.
Nel 1989 è partita la collaborazione tra la COICA e le città europee nell’ambito dell’Alleanza per il Clima. I rappresentanti della COICA partecipano a tutti gli incontri importanti dell’Alleanza per il Clima e Edwin Vasquez, coordinatore per l’ambiente e le risorse della COICA, è anche il presidente del consiglio di amministrazione dell’Alleanza per il Clima.
Come partner dell’Alleanza per il Clima delle Città Europee, la COICA collabora nelle attività per la riduzione delle emissioni di CO2 e la mobilitazione nei paesi ricchi a sostegno dei popoli indigeni e della protezione delle foreste pluviali.
Nell’Alleanza Internazionale dei popoli indigeni la COICA promuove una lotta comune tra tutti i popoli indigeni del Sud America, dell’Africa e dell’Asia per creare un’unica forza politica in quest’ambito a livello globale.

 

Foresta-AmazzonicaConvenzione Biodiversità

Popoli Indigeni e difesa della Biodiversità
Gli stati del bacino amazzonico (Brasile, Colombia, Ecuador e Perù) fanno parte dei 12 Stati in cui si concentra il 70% della biodiversità del pianeta. Nelle foreste amazzoniche, infatti, si concentrano più della metà delle specie animali e vegetali del mondo e risiedono anche un gran numero di comunità caratterizzate da differenti lingue, culture e fisicità. Le circa 400 Comunità Indigene che popolano l’Amazzonia contribuiscono, da parte loro, ad arricchire la varietà culturale della zona, in un molteplice, reciproco interscambio. Questi Stati possiedono la più estesa foresta pluviale del mondo, con una flora e fauna che da sole rappresentano più della metà della biodiversità del mondo. Ci sono centinaia di migliaia di piante e milioni di animali, molti dei quali ancora sconosciuti alla scienza occidentale. Le acque di questi territori costituiscono tra il 20% ed il 25% dell’intera riserva d’acqua dolce del pianeta; soltanto il Rio delle Amazzoni riversa il 15,5% del totale di acqua dolce sull’Oceano Atlantico, coprendo una superficie di circa 7.584.331 km2. In questo mondo di straordinaria diversità di specie, vivono Hunikuin, Shuar, Yine, Kichwa, Tagaeri, Machsco e moltissimi popoli antichissimi chiamati Indiani, protettori dei territori in cui risiede quasi il 100% della biodiversità totale delle foreste. Minacciati da fattori politici, economici e sociali, i Popoli dell’Amazzonia sono vittime di un processo continuo di occupazione, tensione, conflitti, danni all’uomo ed all’ambiente e giustificati dal mito dell’integrazione. Gli svariati interessi strategici esistenti in Amazzonia (uranio, petrolio, nichel, zinco, rame, oro, risorse genetiche) hanno reso questa vastissima regione sede di uno scontro dovuto in gran parte alla pratica di assegnare categorie e concetti legati alla natura, come “aree protette”, “parchi nazionali”, “riserve animali ed ecologiche” ecc. L’impatto sui territori è stato enorme, causato dall’imposizione di falsi interessi alla preservazione dei diritti territoriali degli Indigeni, ma ignorando nei fatti la loro esistenza. Nessuna delle figure menzionate serve da reale garanzia di protezione dei territori indigeni, comprendenti fono a 181.251.67 ettari di zone protette nel bacino amazzonico, da quando sono entrati nel mirino di interessi minerari, petroliferi, legati al legname, alla colonizzazione ed al turismo.

La Convenzione sulla Biodiversità
La Convenzione, sottoscritta alla Conferenza delle Nazioni Unite per l’Ambiente e lo Sviluppo tenutasi a Rio de Janeiro nel 1992, come “Accordo sulla biodiversità”, collega salvaguardia ed utilizzo accorto della biodiversità, puntando ad instaurare relazioni più giuste fra Paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo. L’accordo è entrato in vigore il 29 dicembre 1993 ed è stato finora ratificato da 180 Stati e dall’Unione Europea. La giornata internazionale della biodiversità è fissata per il 22 maggio. Per l’Alleanza per il Clima è di particolare significato il fatto che la “Convenzione sulla Biodiversità” contenga delle disposizioni sugli Indigeni e sulle Comunità Locali.

I principali obiettivi della Convenzione sulla Biodiversità
La Convenzione persegue tre obiettivi:

  • La conservazione della biodiversità,
  • L’utilizzo sostenibile delle sue componenti principali, per conservare, nel lungo periodo, la stabilità della biodiversità,
  • L’equa ripartizione dei vantaggi economici derivanti dal suo utilizzo.

Gli obiettivi della convenzione valgono per tutta la molteplicità delle forme di vita: animali, piante e microorganismi, così come per le loro rispettive individualità genetiche. La Convenzione è stata pensata per salvaguardare, oltre alle razze animali ed alle specie botaniche evolutesi spontaneamente sulle proprie sedi naturali, anche quelle selezionate dall’uomo o presenti in giardini botanici e zoologici. I Paesi del Sud del mondo ospitano gran parte della biodiversità del mondo, ma finora sono stati soltanto dei fornitori di materie prime biologiche per i Paesi industrializzati del Nord (per esempio, le industrie farmaceutiche e cosmetiche). La Convenzione vuol rappresentare una cesura con questo stato di cose, riconoscendo ai Paesi in via di sviluppo la sovranità sulle proprie risorse biologiche (similmente a quelle del suolo) e rappresenta un compromesso giusto e bilanciato sui diritti economici, cercando di coinvolgere i terzi nell’uso di queste risorse. Collegandosi a problemi come la biotecnologia (per prevenire gli eventuali rischi degli OGM), politica agraria e commercio (brevetti e protezione della varietà), contributi della popolazione locale (riconoscimento della saggezza tradizionale e salvaguardia della proprietà intellettuale), si dovrebbe perpetuare il bilancio naturale globale.

La Convenzione sulla Biodiversità  e le Popolazioni Indigene
A causa del loro antichissimo sapere sull’ambiente naturale in cui vivono, le Popolazioni Indigene e le Comunità Locali meritavano una particolare attenzione nell’elaborazione dell’accordo sulla biodiversità. Le loro conoscenze sulle particolarità e sulle possibilità di utilizzo delle piante, le loro osservazioni degli animali e la loro dipendenza da questi ultimi, la loro comprensione dei cicli climatici annuali e dei loro effetti sul mondo animale e vegetale, la molteplicità di piante utilizzabili ottenuta e, non da ultime, la loro conoscenza delle piante curative testimoniano l’importanza di queste Popolazioni per la salvaguardia e l’uso sostenibile della biodiversità. Pertanto, nel preambolo della Convenzione sulla Biodiversità e in quattro altri articoli si fa esplicito riferimento alle Popolazioni Indigene ed alle Comunità Locali. È di centrale importanza l’articolo 8(j), in base a cui i contraenti s’impegnano a tenere in considerazione, rispettare e tramandare le conoscenze tradizionali di queste Comunità. I firmatari dell’accordo s’impegnano inoltre a sostenere l’uso di queste conoscenze con il consenso ed il coinvolgimento dei loro depositari ed a sostenere allo stesso modo la partecipazione ai vantaggi derivanti dal loro sfruttamento. Il Gruppo di Lavoro incaricato dell’attuazione delle decisioni si è insediato nel marzo 2002 a Siviglia, proponendo un programma di lavoro e delle priorità poi approvati dalla successiva Conferenza di Nairobi.

Le priorità principali sono:

  • Il coinvolgimento degli Indigeni e delle Comunità Locali nell’attuazione delle decisioni sulle conoscenze tradizionali e le conseguenti misure per il successivo perfezionamento.
  • Il sostegno alla creazione di reti ed alla collaborazione tra le Comunità Indigene.
  • L’elaborazione di strumenti a protezione della proprietà intellettuale di conoscenze tradizionali. Si tratta, in particolare, di usare queste conoscenze – di carattere collettivo e tramandate da generazioni – nel senso di una “proprietà intellettuale” (brevetti, marchi commerciali o diritti) da non destinare a fini commerciali. È importantissimo tutelare la proprietà intellettuale, visto che le Comunità Indigene devono condividere le proprie conoscenze con dei terzi a fini di sfruttamento commerciale, per esempio mettendo quelle botaniche a disposizione dell’industria farmaceutica.

Su iniziativa della Convenzione sulla Biodiversità, anche altre istanze delle Nazioni Unite delibereranno sull’importanza ed il significato di queste conoscenze, includendovi i rappresentanti degli Indigeni. Si comincia a riconoscere alle Comunità Indigene il potenziale di forme d’utilizzo tramandate, compatibili con l’ambiente e più vicine alla natura, cercando delle misure che garantiscano la continuità di queste conoscenze. In sede di UNCTAD (United Nations Conference on Trade and Development) si inizia a valutare il valore economico delle conoscenze tradizionali e la WIPO (World Intellectual Property Organization) sta cercando il modo di proteggere i diritti di proprietà intellettuali dei proprietari di queste conoscenze. Il caso della pianta Ahayuasca è la prova di quanto sia importante per gli Indigeni difendere tali diritti: nonostante gli sciamani indigeni dell’Amazzonia usassero da generazioni questa pianta allucinogena per le loro cerimonie, il proprietario di un laboratorio nordamericano ha registrato nel 1986 un brevetto commerciale sulla stessa pianta. Nel 1999, la COICA è riuscita a far cancellare il brevetto dall’Ufficio competente per gli USA. Ciò che ha permesso questa vittoria, però, non è stata l’argomentazione della conoscenza tradizionale degli Indiani dell’Amazzonia, ma il fatto che la pianta era già nota, da prima della registrazione del brevetto, alla scienza occidentale. È stato tuttavia importante, per le organizzazioni degli Indiani di tutto il mondo, riuscire a conquistare un ruolo importante nelle trattative per la Convenzione sulla Biodiverstà. Il “Forum Indigeno Internazionale sulla Biodiversità” si è riunito per la prima volta come evento precedente alla Conferenza Interstatale di Buenos Aires del novembre 1996. Il quinto Forum Indigeno riunitosi a maggio del 2000 a Nairobi, ha poi assunto lo status di consigliere. Accanto alla COICA, partecipa al Forum anche l’Alleanza Internazionale degli Indigeni e delle Popolazioni delle Foreste Pluviali.

 

1403019975_foresta-pluvialeEstrazioni Petrolifere in Amazzonia

L’estrazione del petrolio nella foresta pluviale amazzonica è un problema attuale da molti anni. Le economie di Ecuador e Venezuela sono da lungo tempo contraddistinte dai rapporti privilegiati con le compagnie petrolifere. Già nel 1935 l’economia venezuelana era dipendente per il 91% dall’esportazione di petrolio e, da allora, sono stati conclusi sempre nuovi accordi commerciali in materia. Dalla metà degli anni ‘80 gli Stati del bacino amazzonico hanno destinato zone molto vaste della regione all’estrazione petrolifera. Attualmente, quasi tutte le aree dell’Amazzonia sono incluse in progetti che prevedono la ricerca e l’estrazione di petrolio e gas naturali. Purtroppo, le zone concesse per tali fini corrispondono per il 90% con i territori abitati dalle Popolazioni indigene e l’assegnazione delle concessioni, da parte dei Governi, si è svolta senza prevedere il minimo coinvolgimento delle organizzazioni degli Indigeni. Le somme destinate ai risarcimenti e le percentuali sugli introiti, sono state previste soltanto in minima parte e, comunque, sono insufficienti a bilanciare i danni ecologici, sociali ed economici che ricadono sulle comunità indigene e sull’ambiente. Gli effetti negativi dell’estrazione petrolifera iniziano già nella fase di ricerca, durante la quale delle estese superfici forestali vengono distrutte per fare spazio alle piste d’atterraggio degli elicotteri ed alle torri di trivellazione, da cui, oltre al greggio, fuoriescono altre sostanze tra cui metalli pesanti, sostanze velenose e tossiche. Queste sostanze sono poi stivate in vasche di stoccaggio, a volte vengono incenerite o deviate di nascosto nei fiumi. Per rifornire il campo petrolifero, si devono creare strade sulle quali i mezzi pesanti possano attraversare la foresta. Insieme ai rifornimenti, attraverso queste nuove vie penetrano nella foresta anche coloni, lavoranti, allevatori ed industrie del legname, che rappresentano una minaccia di lungo periodo. Le strategie per sopravvivere a quest’invasione sono abbastanza varie e vanno dal rifiuto totale dell’estrazione petrolifera nei propri territori (come gli U’wa in Colombia e gli Shuar in Ecuador) fino alla contrattazione con le imprese petrolifere per ottenere una percentuale sugli incassi. Le guerre portano sempre dei morti, soprattutto presso le Popolazioni indigene. Grazie alle proteste locali ed internazionali dei diretti interessati e delle ONG, alcune compagnie petrolifere hanno iniziato a ripensare le proprie tecniche e strategie. Esistono tentativi di instaurare un dialogo tra Governi, industria del petrolio e la COICA, l’Organizzazione che riunisce gli Indigeni dell’Amazzonia, per appianare le divergenze coinvolgendo gli attori principali. L’intero processo è sostenuto internazionalmente dalla Banca Mondiale. L’Alleanza per il Clima sostiene la COICA nella partecipazione a questo processo e collabora con la Carl-Duisberg-Gesellschaft (CDG) nel coordinamento. Dopo la contrapposizione fra l’etnia Ogoni, in Nigeria, e l’industria petrolifera, è sorta una discussione sull’elaborazione di “codici di condotta” per l’industria petrolifera. L’obiettivo di tale discussione è obbligare le imprese petrolifere a prevenire gli effetti sociali ed ecologici negativi dell’estrazione petrolifera sulle popolazioni residenti in ambiti ecologicamente sensibili e rispettare determinati standards. Anche noi possiamo fare qualcosa contro gli effetti negativi dell’estrazione petrolifera in Amazzonia. I Comuni membri dell’Alleanza per il Clima sostengono da anni le organizzazioni indigene nei loro tentativi di arginare tali effetti. In Ecuador, l’Alleanza per il Clima e l’organizzazione nazionale degli Indigeni CONFENIAE sostengono un comune progetto pluriennale, col quale si raccolgono dati sulla portata delle distruzioni sociali, culturali ed ecologiche provocate dall’estrazione petrolifera sugli Indigeni. Anche partecipando alla Giornata Europea senza le auto, Città e Comuni possono riconsiderare il collegamento fra i nostri stili di vita e consumo e la problematica del petrolio.

Effetti su ambiente e clima
I danni derivanti dalla produzione del petrolio nelle regioni coinvolte iniziano fin dalla fase di ricerca geologica, per cui si creano delle piste larghe 3 metri tra gli alberi, intorno alle quali si provocano delle esplosioni. Per fare questo si devono allestire accampamenti, svariate piste d’atterraggio per elicotteri e stazioni di ricevimento. Una ricerca svolta nel territorio di una comunità Quichua dimostra che, per delle misurazioni sismiche su una superficie di 200.000 ettari, è stato necessario aprire delle piste lunghe circa 1200 km e creare 1.350 piste d’atterraggio per elicotteri. Per questo sono stati distrutti 1000 ettari di bosco, corrispondenti a più di 370.000 alberi. Sono state provocate, a fini di ricerca, 9.186 esplosioni. A tutto ciò si sommano le superfici disboscate per gli accampamenti, le piattaforme petrolifere, le trivelle e le pipelines. Dal momento che ogni albero della foresta pluviale dà riparo e nutre una gran quantità di piante ed animali (da 10 a 20), si possono facilmente immaginare gli effetti del disboscamento sul fragile equilibrio di questo ecosistema. Le esplosioni uccidono un gran numero di pesci delle lagune circostanti e scacciano moltissimi animali selvatici dal proprio habitat, privando gli Indigeni di gran parte dei propri presupposti vitali. A questo s’aggiungono anche caccia e pesca (per la maggior parte per mezzo di esplosivi) per il sostentamento dei lavoratori ed il commercio illegale di animali rari ed a rischio d’estinzione, ma quel che ha effetti particolarmente negativi sul lungo periodo è la realizzazione di infrastrutture per mezzo di strade nuove o ampliate. Oltre a rifornire gli accampamenti di depositi di materiali e viveri, le nuove strade portano contadini impoveriti, dalle regioni andine o costiere, a colonizzare le zone appena disboscate senza avere alcuna esperienza in simili zone. Monoculture, dissodamento ed allevamento compromettono irreversibilmente la foresta pluviale. Con le trivellazioni di prova e con la successiva estrazione i residui, come fango, schiuma o acqua putrida, confluiscono in vasche all’aperto che, dopo forti temporali, straripano ed inquinano i corsi d’acqua e le falde con metalli pesanti e gas velenosi. A volte è stata deviata direttamente l’acqua raccolta dagli scarichi nei torrenti circostanti. I gas prodotti dall’estrazione (si stimano circa 2 milioni di m3 al giorno) e gli oli di scarico (159.600 litri per ogni pozzo) sono addirittura bruciati senza alcun filtro o controllo sulle emissioni. La costruzione delle pipelines, che passano parzialmente in territori a rischio sismico, è carente e conduce sempre a fuoriuscite di grandi quantità di greggio. Si calcola che, ogni mese, tra i 130.000 ed i 160.000 litri di petrolio finiscano nell’ambiente, per un totale di 74 milioni di litri negli ultimi 30 anni.

Danni alla salute delle popolazioni
Quest’inquinamento non minaccia seriamente soltanto flora e fauna, ma anche gli uomini che vivono vicino alle trivelle e ai fiumi inquinati: Indigeni e coloni sono esposti ad un altissimo rischio sanitario. L’acqua (usata per cucinare, bere e lavare – fiumi e falde sono ugualmente coinvolti) ed il suolo inquinato incrementano la frequenza generale delle malattie nei villaggi. La popolazione soffre di eruzioni cutanee e di disturbi respiratori, tra i bambini la malnutrizione è più forte che in altre zone non petrolifere. Una ricerca sistematica sulla situazione medica, condotta alla fine degli anni ’90 dalla London School of Hygiene and Tropical Medicine, ha evidenziato una maggior incidenza del cancro nel villaggio San Carlos, nella provincia di Orellana. Per la popolazione maschile, confrontandola con quella della capitale Quito, il rischio di ammalarsi di varie forme di cancro è 2,6 volte superiore, mentre il rischio di morire a causa di un cancro è superiore di 3,6 volte. I valori di idrocarburi petroliferi presenti nelle acque di scarico sono superiori al limite consentito di 288 volte.

Effetti socioculturali
Si può considerare l’irruzione dell’industria petrolifera l’ultimo passo della conquista del bacino amazzonico ecuadoreño, iniziata 500 anni fa con Pizarro. La corsa al petrolio accelera lo sterminio delle popolazioni indiane. L’irruzione del mondo industrializzato – dell’economia monetaria e di mercato – in quello degli Indigeni porta a gravi conflitti sociali e culturali. Danneggiando ambiente e natura ed accelerando una colonizzazione distruttrice della foresta pluviale si depredano le comunità indigene. Il loro stile di vita tradizionale, basato su un’economia di sussistenza e connotato da caccia e pesca, è sempre più limitato dall’estendersi della produzione petrolifera. Si devono trovare nuove strade per garantire un fondamento alla loro esistenza. Per questo, per potersi prendere cura della propria famiglia, molti uomini finiscono per lavorare per le imprese di geologi e per quelle petrolifere. Le donne ed i bambini devono occuparsi da soli del lavoro dei campi ed il cibo che manca è acquistato con i petroldollari. Il poco pesce rimasto nelle acque circostanti gli impianti petroliferi deve essere sostituito da tonno in scatola. Gli uomini indigeni, tuttavia, hanno delle possibilità di lavorare soltanto a tempo determinato, dato che, dopo il termine delle trivellazioni si richiede soltanto del personale qualificato. In sede di trattative sullo sfruttamento del loro territorio, gli Indigeni erano e sono spesso sconfitti dalle multinazionali, che si avvalgono a volte della collaborazione di etnologi per informarsi su gerarchia e strutture delle comunità ed individuarne i punti deboli. Distribuendo individualmente doni, si è molto spesso seminato discordia tra i vari villaggi ed organizzazioni indigene e la corruzione finisce per essere all’ordine del giorno. Per di più, i progetti sanitari elementari, per garantire la formazione di personale medico e per l’assistenza fondamentale, finiscono per essere minacciati. Promesse, regali e lavori a tempo determinato ben remunerati sviliscono l’impegno spontaneo e la motivazione degli operatori sanitari. Il sostegno sanitario temporaneo, sotto forma di donazioni di medicine e di visite periodiche di medici, è strumentalizzato per il perseguimento degli interessi delle imprese, con l’obiettivo di ostacolare il miglioramento – sostenibile e a lungo termine – delle condizioni di vita e della situazione medica degli indigeni.